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domenica 22 ottobre 2017
Sant'Angelo a Palombara
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Sant'Angelo a PalombaraS. Angelo a Palombara, visto dalla valle Caudina, e più particolarmente nel tratto tra la località (Botteghino) di San Felice Cancello ed Arienzo, sembra, più che un luogo sacro, una solitaria e massiccia fortezza, protesa in avanti sul fianco del monte, quasi tesa a vegliare sull'operosa ed ubertosa pianura.
Nè perde questa sua caratteristica quando la si vede percorrendo i rilievi che la ferrovia per Benevento tocca per salire ad Arpaia oppure quando si corre lungo l'Appia, dopo Santa Maria a Vico.
Sembra spuntato sul fianco del monte, ma senza nessun carattere di appiccicaticcio: è un blocco unico di tufo lavorato dall'uomo con la roccia dello spuntone su cui sorge.
Raggiungere S. Angelo da S. Felice a Cancello non è cosa molto comoda: conduce lassù un letto di torrente che si distende lungo il fianco del monte S. Angelo, inerpicandosi tra zone coltivate od aggrappandosi alla roccia o saltando profonde rughe dove precipitano le poche acque, quando ce ne sono.
La pietà cristiana ha reso meritoria la salita, distribuendo lungo il percorso le quattordici stazioni della Via Crucis.
Il tempo e la guerra le hanno diradate; ma i pellegrini, quando salgono, si fermano ancora vicino al nudo muretto che reca ancora i segni delle maioliche che vi erano fermate o alle poche pietre rimaste.

Notizie della località e dell’Abbazia sono ritrovabili in documenti inferiori al mille.
Il Diploma di Landolfo, Arcivescovo di Benevento, che contiene l’atto di ricostruzione o di fondazione   della Diocesi di Sant’ Agata dei Goti, datato il 14 dicembre 970, parla della sommità del monte che si chiama Palombara, come confine della nuova Diocesi.
Anche se non vi è espressa menzione della chiesa, il richiamo del territorio fa presumere che ivi doveva esistere qualcosa che in un domani poteva far sorgere conflitti di competenza.
Del resto l'Abbazia, posta sotto la giurisdizione di quella di Santa Sofia di Benevento, era esente dall'autorità vescovile; quindi in tale atto è naturale che non figuri.
Tradizioni raccolte da storici locali parlano della dedicazione avvenuta nell'anno 879; con la vittoria di Landone su Sergio I di Napoli, avvenuta nell'860 secondo Erchemperto o nell’ 862 secondo l’Ignoto Cassinense, fu causa della costruzione della chiesa: infatti i Longobardi, vinta la battaglia proprio il giorno 8 maggio, dedicato dalla liturgia al S. Arcangelo, non ebbero difficoltà, in segno di ringraziamento, ad erigere una memoria sacra in onore del loro Patrono.
Ora la semplicità e la piccolezza della costruzione che può farsi risalire a tale epoca, non giustifica un periodo di 15 - 20 anni di lavoro.
Perciò è da ritenersi tale data come quella in cui i Benedettini di S. Sofia di Benevento l'ebbero come grancia.
Il primo atto in cui si nomini esplicitamente S. Angelo a Palombara è il diploma di Enrico II datato il 6 marzo 1022;  seguono quelli di Corrado, 8 giugno 1038;
Guglielmo, 1070; Papa Gregorio VII, 3 dicembre 1084; Papa Anacleto, 1130 e 1139.
Sono atti in cui è riconosciuta al Monastero di Santa Sofia di Benevento la possessione e dipendenza di numerose badie con le rispettive pertinenze e dotazioni nonché altri diritti reali su persone e cose.
Le vicende belliche tra i longobardi ed i napoletani, comportarono la distruzione dell' antica città di Suessola; la popolazione si sparse nei dintorni ed è logico che come primo rifugio pensasse al monte S. Angelo, anche per la sicurezza che dava la presenza di un abbazia, sicchè tra il 1100 ed il 1500 l’Abbazia di S. Angelo ebbe dal Vescovo di S. Agata dei Goti il titolo di Parrocchia: la Bolla di Pio V, nel 1569 conferisce al chierico Scipione Bonelli la chiesa  Parrocchiale di S. Angelo a Palombara con le sue rendite e con l’onere di versare annui ducati trenta al Seminario Diocesano di S. Agata dei Goti.
Con l'essere concessa in commenda, è segnato il destino dell'abbazia. I monaci cominciano le questioni col commendatario: la Bolla con cui è nominato commendatario il Card. Colonna, nel 1595, precisa che durante la vacanza del titolare, la rendita deve andare all'abbazia. E la rendita non doveva esser piccola, stante agli atti registrati dal monaco Marco de Vita, bibliotecario di S. Sofia di Benevento. Egli riporta un notevole numero di contratti, permute, affitti, ecc. nel libro delle Platee, facendo inoltre riferimento ai documenti che sono riportati in altro libro purtroppo introvabile; dopo un breve accenno alle già riportate pergamene, parla di quella che noi oggi chiamiamo rettifica di confini, con la stessa Abbazia di S. Sofia; poi seguono i vari atti di concessione e privati, dal 1325 al 1563.
Vi è anche ricordato un atto con l'Abbazia benedettina di Montevergine, forse relativa a rettifiche coi possessi dell'abbazia di S. Giovanni Evangelista, che dipendeva da Montevergine e situata proprio alle falde del monte S. Angelo, il 10 giugno 1488.
Vita quindi attivissima quella di questa Abbazia, veramente elemento propulsore delle popolazioni di Arienzo e dei suoi Casali, S. Felice, S. Agnese, le Cave. Anzi in questo ultimo, fin dal 1400, vi è una chiesa, dedicata a S. Stefano, che un previdente Abate aveva fatto costruire per l'assistenza alle popolazioni che erano ritornate in pianura dopo la burrasca bellica, ritorno, che in un atto di sacra visita del 1736, è datato al 1370. Con la ripresa della vita in pianura, inizia la decadenza dell'Abbazia. Mons. Evangelista Pelleo, Vescovo di S. Agata dei Goti, nella S. Visita del 7 novembre  1592, accerta che in S. Stefano vi é un Cappellano fisso che si mantiene a carico di S. Angelo a Palombara, sulla rendita già concessa ad un commendatario ed ammontante a ducati duecento; e la presenza di questo Cappellano è evidentemente necessaria che spinge il Vescovo ad una naturale soluzione: quella di chiedere alla S. Sede il trasporto del titolo parrocchiale da S. Angelo a Palombara a S. Stefano.
Sotto il Cardinale Colonna - commendatario - con bolla di Papa Paolo V, nel 1605, ciò è un fatto compito.
Il 12 giugno 1611 il Vescovo Mario Diotallevi, nella sua S. Visita, constata l'avvenuto trasporto. Pian piano diminuisce la presenza economica dell'abbazia:
nel 1644, il beneficio della Commenda, valutato a ducati duecento trenta, è unito come semplice beneficio alla Parrocchia di S. Stefano alle Cave (Atto di S. Visita del Vescovo Giacomo Circi del 30 marzo 1664).
I successivi commendatari sono:
nel 1701, Mons. Giuseppe Vallemano, segretario della Congregazione delle Immunità Ecclesiastiche;
nel 1736, il Cardinale Nicola Coscia.
Poi non si hanno più notizie dei commendatari. Probabilmente la commenda fu concessa al Vescovo pro tempore di Acerra o a quella di S. Agata dei Goti. Attualmente è sotto la giurisdizione del Vescovo di Acerra col titolo di Chiesa succursale di S. Stefano alle Cave e Santuario di S. Angelo a Palombara.
La prima descrizione piuttosto precisa del complesso di S. Angelo a Palombara risulta dall'atto di Sacra Visita compiuta il 1 dicembre 1701.
In detto documento si parla di una chiesa a due navate, con due altari, di due statue  una di S. Michele e una della Madonna con le loro particolarità ornamentali ed iconografiche e la condizione giuridica della chiesa, relativamente agli obblighi di culto.
Inoltre descrive il complesso degli alloggi annessi alla chiesa, dà il nome del commendatario: mons. Giuseppe Vallemano, Segretario della Congregazione delle Immunità Ecclesiastiche; tramanda il ricordo della deposizione di martiri
del tempo di Diocleziano e Massimiano e di una campana del 1653.
Come appendice alla Sacra Visita descrivono il panorama che vi si gode e ricordano la fonte dell'acqua, unica ancora oggi, che li ha dissetati nella fatica dell'ascesa.
Oggi, di quanto è stato descritto, non rimane quasi nulla, all'infuori delle strutture murarie. La statua di S. Michele ha cambiato lo scettro con la spada; la colomba non è più nella sua finestra. Le tavolette dipinte erano già descritte in condizioni pietose sono totalmente sparite. La statua di S. Maria Liberatrice non è più quella lignea ma è stata sostituita da un'altra di cartapesta.
La Chiesa, invece, non ha molto cambiato, a parte la sparizione delle croci della consacrazione, che però potrebbero ritrovarsi sotto lo spesso strato d'intonaco. In compenso, sopra la chiesa, sono state innalzate delle fabbriche, per ottenere quattro locali.
L'esame delle strutture, che i Rev.mi Visitatori hanno compiuto a scopo fiscale nel 1701, non li ha però informati che l'attuale chiesa - la medesima da loro descritta, non è la prima. Essa è un episodio di successivi ampliamenti che partono da un nucleo molto più antico.
Il primo nucleo del venerabile complesso è costituito da grotte e locali che si affacciano verso la valle di S. Felice. La cripta - la dizione è esatta - è una grotta naturale ed è il luogo sacro più antico: pochi decimetri quadrati di affresco, rappresentante una figura purtroppo acefala ma che sembra avere gli elementi caratteristici della rappresentazione di S. Angelo, ci pone davanti ad un'immagine sacra; al di sotto di questa, sulla roccia, tre loculi ora vuoti, troppo piccoli per poter accogliere corpi intieri, ma sufficienti per conservare reliquie anche complete: era il sepolcro dei martiri nolani? Nessuna fonte, all'infuori della tradizione raccolta nel 1701, parla di ciò. Neppure a Nola, nell'Ufficiatura propria dei Santi locali, vi è traccia di tale evento. È perciò questo un interrogativo che rimarrà senza risposta, sino a che non si trovino documenti. Cosa del resto poco probabile, data la presenza a Cimitile di una basilichetta dedicata ai SS. Martiri, che appare più logica sede del ricordo e delle reliquie dei Testimoni della Fede.
Piuttosto il tipo della pittura consente di formulare un'altra ipotesi. Dopo la persecuzione di Leone l'Isaurico, relativa al culto delle Immagini sacre, molti monaci orientali, fuggiti dalle loro sedi, ripararono in Italia. La Puglia è ricca di tali testimonianze e sopratutto è ricca delle sedi di questi monaci, di tendenze eremitiche, scelsero per continuare l'osservanza delle loro Regole. Le grotte pugliesi divennero allora dimora degli asceti e, oltre a dimora, divennero anche luoghi di culto. Ora vi è notizia di una concessione al Monastero basiliano dei SS. Sergio e Bacco di Napoli, fatta dal Vescovo di Acerra, Giraldo, della Chiesa di S. Pietro a Cancello, nel 1114. La presenza dei rappresentanti di tale monastero, certamente anteriore a tale concessione, garantiva ad un monaco basiliano, riparato in Italia dopo la persecuzione, non solo tranquillità per osservare la sua Regola, ma anche una sicurezza di aiuto per poter vivere, appoggiandosi ai confratelli italiani. Avendo lassù trovato una grotta - tipo gravina pugliese lontana dall'abitato, con non lontano una sorgente d'acqua, fuori ma non staccata dai sentieri battuti dalla popolazione che viveva sulla vetta del monte e lungo i suoi fianchi, non ebbe difficoltà ad organizzare il suo eremitaggio. La grotta divenne la cappellina, e il monaco si adattò in un anfratto antistante - ancora esistente - che serviva anche di accesso alla cappella. Ci sono ancora i resti dei gradini tagliati nel masso roccioso, per i quali si scendeva nel romitaggio. La venerazione a S. Michele, uno dei Santi Patroni dei Basiliani con S. Giovanni Battista e la Vergine Annunziata, sorse così sul luogo nel sec. VIII. - IX.
L'intervento longobardo, dopo la battaglia dell'8 maggio 860 o 862, consistette nell'edificare, sopra la cripta, una piccola costruzione come Chiesa ed affiancarvi, a mo' di torre, due stanzette sovrapposte alle quali, in breve prosieguo di tempo, se ne aggiunsero altre due. Esse sono il nucleo della grancia benedettina, perché i Longobardi sia per accrescere l'importanza del monastero di S. Sofia di Benevento fondato dal Principe Arechi, sia per garantire la vita del nuovo tempio, posero sotto la tutela morale e materiale dell'Abbazia beneventana la chiesetta del voto. E, per formare una comunità, occorreva garantire la presenza di almeno tre monaci, necessari per la recita corale dell'Ufficio Divino.
L'abbazia dovette sviluppare con molta rapidità aiutata forse dall'ascetismo degli eremiti, dai larghi consensi nella venerazione del S. Arcangelo e dagli eventi che dimostrarono come un sicuro rifugio, nei tempi di calamità, era proprio il recinto dove si lavorava e pregava secondo un chiaro schema di vita e dove l'autorità dell'Abate era una legge inflessibile seppure regolata dal senso della paternità spirituale. Sicchè gli ampliamenti apparvero subito un problema da affrontare, insieme alla necessità di completare gli edifici. Sorse così il campanile sul breve spazio avanti l'antico accesso alla grotta e alla chiesetta e, sul fronte verso il monte, si collegarono i due distinti elementi con un portico, necessario sopratutto per ripararsi dai frequenti ed improvvisi piovaschi e dal sole che batte con molta forza. Tutt'intorno corre il muro di cinta, piantato sulla roccia affiorante, simbolo dell'isolamento dei monaci e della sicurezza nel momento del pericolo. La struttura di queste due costruzioni le fa risalire al mille - millecento, quando S. Angelo a Palombara aveva già le sue pertinenze, secondo il diploma di Enrico I° indirizzato a Gregorio, Abate di S. Sofia, il 6 marzo 1022.
Un secolo dopo, i monaci sono chiamati a risolvere un altro problema: la chiesetta non basta più. Con molta semplicità, il portico entrerà a far parte della nuova chiesa. Senza distruggere nulla dell'antico nucleo, basterà innalzare un muro perimetrale verso sud, distante dal portico quanto questo dista dall'antico manufatto, coprire a volta e formare un muro di fondo ed uno di facciata. La nuova chiesa è pronta. Si pensa anche a decorare le antiche stanzette: una Vergine Annunziata ed una Santa Caterina d'Alessandria, ricordo delle antiche devozioni degli eremiti orientali, adornano le due stanzette vicine alla cripta. Benché molto ritoccate, rivelano la loro impostazione medioevale e forse una pulitura accurata potrà fornire più precisi elementi di giudizio sulla loro antichità.
L'abbandono delle popolazioni del monte e la discesa a valle della Parrocchia, il passaggio a Commenda, dovettero frenare notevolmente l'attività dell'Abbazia. Infatti non vi sono tracce importanti di lavori eseguiti tra il principio del 1400 e la fine del 1500. Soltanto nel periodo sei-settecentesco, quando gli Abati commendatari godevano tranquillamente le rendite, vi è un ampliamento, sempre a sud, della costruzione con la formazione di un appartamentino sopra l'ingresso alla Chiesa: una cucina, un tinello ed una camera formano un piccolo ed accogliente quartierino. Peccato che l'incuria e l'ingiurie del tempo lo abbiano mezzo rovinato; ma non sarà molto difficile ripristinarlo.
Anche l'accesso antico non viene trascurato; il cortile o sagrato tra il nucleo antico ed il campanile viene coperto di una volta a botte lunettate. Così la finestrella del campanile viene a perdere la sua luce, anche se una serliana cerca di far entrare il più possibile di sole entro l'antico spazio, già aperto al vento, all'azzurro e al panorama della valle caudina. In chiesa si rifanno gli altari e si sopraeleva il presbiterio, rompendo anche un arco per mettere in comunicazione le due parti.
Terminate le investiture commendatarie, grandi lavori non se ne eseguiscono più. Si fa il puro necessario per non far deperire le fabbriche e si aggiungono strutture per le necessità di culto. Nel 1908 si inaugura una cappella proprio al posto dell’ antico ingresso, per la comodità delle manifestazioni religiose esterne nei giorni delle feste del Santo; nel 1911 sono sovrapposte alla chiesa quattro stanze per l'alloggio del clero e dei pellegrini. Nel 1916 è restaurata la statua di S. Michele. Forse è proprio in questa occasione che l'Immagine perde gli antichi simboli. Le guerre, il diminuito amore alla montagna, la ricerca di più facili impegni non convogliano più sul monte S. Angelo le antiche folle di pellegrini, anche se la devozione non viene meno. Così la campana del Santuario - che non è più quella della Sacra Visita del 1701 ma un'altra fusa nel 1926 -nel suo suono ha una nota di dolce rimprovero e di melanconia.
Vi è ora da conservare il complesso. Dopo i lavori di consolidamento eseguiti nel 1933, a cura del Provveditorato Regionale alle OO PP. mercè l'interessamento di Mons. Pasquale De Lucia, allora Rettore, ulteriori lavori sono stati iniziati a cura della Soprintendenza ai Monumenti della Campania, dietro le vive premure del M. Rev. Don Giovanni Vigliotti, delegato per le pratiche inerenti al Santuario dal Vescovo di Acerra, Mons. N.Capasso, sin dal Novembre 1957. Questi lavori eseguiti dall'impresa Mattera di Napoli sono stati diretti al consolidamento delle strutture del nucleo antico, al ripristino delle originarie coperture a volta. estradossata, alla liberazione da soprastrutture delle antiche murature ed alla riapertura di antiche finestrine, murate per adattare i locali a nuove destinazioni. Rimane ora restituire alla Chiesa la sua originaria fisionomia eliminando la spessa coltre d'intonaco che copre il tufo, rimettendone in luce gli eventuali elementi costruttivi e decorativi.

ARCH. VINCENZO PIRANI
Estratto da “Sotto lo sguardo di S. Francesco Bianchi”

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lunedì 03 ottobre 2016

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